MARCO BORRELLI

Il manicomio è un’istituzione totale, un luogo dove risiedono e vivono dei gruppi di persone che vi trascorrono un certo lasso di tempo, in comune, in un regime chiuso e formalmente amministrato. In queste istituzioni una serie di bisogni di una massa si trovano ad essere filtrati dalla stessa organizzazione burocratica. L’organizzazione interna del manicomio mostra una netta frattura tra il personale dello staff e gli internati.
A rendere un soggetto deviante contribuiscono una pluralità di fattori. Tra questi fattori molti sono contingenze, fattori casuali. Il processo di etichettamento della persona finisce per costituire una «profezia che si autodetermina» in quanto il deviante, a seguito dell’etichettamento, perderà lo status che aveva in precedenza nel suo gruppo sociale, per acquisirne uno nuovo che non gli consentirà facilmente di intraprendere una vita diversa.
Fino agli anni ‘70 in Italia esistevano i manicomi, strutture nelle quali venivano confinati i cosiddetti “malati di mente”. Queste strutture sono la prosecuzione di quei manicomi criminali immaginati dalla Scuola Positiva a partire dagli anni ‘70 del XIX secolo. Il punto più basso di queste strutture viene raggiunto negli ‘60 e ‘70 appunto, prima dell’arrivo dell’antipsichiatria e di Franco Basaglia. Per il docente nato a Venezia, il problema del malato di mente non era solo il suo problema, era il problema della classe operaia, emarginata e gestita dal potere.
Nel 1978 la situazione cambia: la legge 180, conosciuta con il nome del suo promotore, lo stesso Basaglia, ha stabilito la chiusura degli istituti psichiatrici e il riconoscimento ai malati del diritto ad un’adeguata qualità della vita. A quasi quaranta anni di distanza dalla legge Basaglia resta vivo il dibattito sulla cura e la gestione dei malati psichiatrici. La critica più decisa alla 180 riguarda il fatto di non aver pianificato in modo accurato le conseguenze della chiusura degli istituti psichiatrici. La norma ha infatti affidato alle Regioni l’attuazione dei provvedimenti in materia di salute mentale, generando una difformità di trattamento.
Senza contare poi che la riforma non ha riguardato gli ospedali psichiatrici giudiziari (manicomio criminale) che infatti sono stati attivi fino a pochissimo tempo fa (Montelupo ha chiuso recentemente).
Sebbene la situazione generale sia ancora poco chiara, fortunatamente ci sono strutture e persone che hanno dato la possibilità alle persone attraversate da gravi problematiche  psichiatriche di usare  il linguaggio della creatività e così di indossare nuova maschera: la maschera dell’artista. Io sono stato in una di queste strutture e ho cercato di far venire fuori la maschera che la società non vede, perché ha deciso di attribuirgli quella del deviante. Nessuno sostiene che la malattia mentale non esista, ma prima di saltare a conclusioni affrettate, forse noi tutti di dovremmo fare delle domande: Che cosa significa schizofrenia, psicopatia o devianza, se non dei concetti astratti e irreali? Che cosa sono le definizioni se non il tentativo di risolvere in concetti astratti queste contraddizioni, che si riducono soltanto a merce, etichetta, norme, giudizio di valore che serve a confermare una differenza?
Noi tutti portiamo una maschera, facendo vedere al mondo una versione non vera di noi stessi. Questo è quello che ci dice di fare la società, quello che è giusto fare. A queste persone invece, la maschera siamo stati noi a dargliela, senza la loro approvazione e senza conoscerli. Questo progetto si pone due obiettivi: Il primo è cercare di capire dove siamo arrivati. Capire se il dualismo tra “noi” e “loro” esiste ancora, se ci sono ancora persone che devono stare “fuori” o “dentro”. Il secondo più che un obiettivo è un appello: Con certi comportamenti nascondiamo le nostre intenzioni e i nostri sentimenti. Noi tutti, me compreso, dobbiamo fare questo sforzo dobbiamo togliere la maschera che portiamo per mostrare a chi ci sta intorno la vera versione di noi stessi.

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